Scimmie clonate un vicolo cieco? AVV 26.1.18

Sulla frontiera La duplicazione di un macaco annunciata da scienziati cinesi solleva dubbi più che dare risposte

Scimmie clonate un vicolo cieco?

301 embrioni, due soli nati E troppe ombre scientifiche

ASSUNTINA MORRESI

Un gruppo di ricercatori cinesi ha annunciato la nascita di due macachi clonati, ottenuta con la stessa tecnica utilizzata per la pecora Dolly, la Scnt, Somatic Cell Nuclear Transfer, detta «del trasferimento nucleare». La notizia ha fatto il giro del mondo con il solito commento: ‘riusciremo a curare malattie ora incurabili’, e stavolta con la rassicurazione ‘la clonazione umana è più vicina, ma non la faremo’. Tutto qua? Non crediamo. La tecnica è stata finora considerata fallimentare: basti pensare che il ‘padre’ della pecora Dolly, Ian Wilmut, l’ha abbandonata più di 10 anni fa per utilizzare quella del giapponese Yamanaka che, con le sue Ips (Staminali pluripotenti indotte) ha vinto un Nobel a tempo di record nel 2012. I numeri pubblicati dai cinesi confermano: da 417 ovociti prodotti sono stati formati 301 embrioni Scnt, ne sono stati trasferiti 260 in 63 macachi femmina surrogate, si sono sviluppate 28 gravidanze, sono nati vivi 4 macachi e due sono morti poche ore dopo la nascita. I due ancora vivi sono stati ottenuti da cellule fetali di un esemplare abortito (insieme a 127 ovociti, per 109 embrioni Scnt, di cui 79 trasferiti su 21 surrogate, per 6 gravidanze da cui i due cuccioli nati e ancora vivi) a differenza degli altri che sono morti, e questo ha fatto concludere agli studiosi che la variante sviluppata è efficace in questo tipo di cellule.

La ‘resa’ è quindi ben scarsa, considerando anche che per essere certi della riuscita almeno su questi due cloni sopravvissuti è necessario seguirne lo sviluppo e la discendenza. L’esperimento va migliorato, e si comincia a capire perché lo hanno fatto in Cina: in Occidente la ricerca sui ‘primati non umani’ è soggetta a vincoli stringenti. Nel sito della Commissione Europea nello spazio dedicato all’uso dei primati non umani nella ricerca biomedica si spiega, oltre al divieto di utilizzo delle grandi scimmie, che «fintanto che i primati non umani continueranno a essere utilizzati per la ricerca medica, la Commissione europea sosterrà fermamente il principio delle ‘3 R’, attualmente un obbligo legale integrato nella legislazione dell’Ue che prevede di: sostituire ( replace) i primati non umani con valide alternative ogniqualvolta sia possibile; ridurre ( reduce) l’uso dei primati non umani; e perfezionare ( refine) le procedure scientifiche e la cura e il trattamento degli animali».

È assai dubbio che questi studi possano essere autorizzati anche da noi: per verificare che un embrione clonato sia sano non bastano i pochi giorni di osservazione in vitro ma è necessario seguirne lo sviluppo in vivo. In altre parole: se si clona un embrione non è sufficiente osservarlo in laboratorio per verificare che l’intervento sia stato efficace. È necessario trasferirlo in utero, far sviluppare la gravidanza e seguire sviluppo e discendenza del nato. Nel caso dei macachi, è stato necessario far nascere esemplari per prova. E la metà (2 su 4) è morta subito.

Quindi per affinare questa tecnica sarà necessario sacrificare un gran numero di macachi – non parliamo di cavie – già sapendo che se ne faranno nascere anche di sofferenti. E qual è il fine? Secondo gli autori sarebbero «modelli per malattie umane»: cioè l’obiettivo – condivisibile – sarebbe quello di far nascere scimmie con determinati difetti genetici per testare terapie su esemplari esattamente uguali. Una ricerca di molti anni – vanno seguite le generazioni successive – su moltissimi esemplari, che dovranno prima nascere sani, per affinare la clonazione, per poi essere prodotti ma-lati, tutti uguali. Siamo sicuri che tutto questo sarebbe consentito per primati non umani? Oppure intanto lasciamo fare ai cinesi, e poi si vedrà? Ma non è proprio questa la critica che viene fatta a chi rifiuta la ricerca distruttrice di embrioni, ovvero ‘approfittare’ dei risultati altrui?

Ma c’è dell’altro. Lo studio cinese mette il dito sulla piaga quando mostra con evidenza che, al momento, il successo di ogni manipolazione genetica degli embrioni umani, dalla clonazione al gene editingpassando per la formazione di embrioni con il Dna di tre persone, può essere verificato solamente facendo nascere un bambino, e seguirne sviluppo e discendenza. Qui c’è il vero problema etico di questo tipo di ricerca sugli embrioni umani, che supera gli steccati vecchi e stantii fra laici e cattolici, e dovrebbe interrogarci tutti. Anche chi è disposto a distruggere embrioni umani in vitro deve poi rispondere alla domanda: quando posso decidere di trasferire in utero un embrione umano manipolato, senza correre rischi sulla salute del nascituro? È possibile far nascere un essere umano ‘per prova’?

È ipocrita nascondersi dietro l’affer-mazione ‘lo facciamo per aumentare la conoscenza scientifica’. Se questo è il criterio, allora quell’embrione clonato o modificato va trasferito in utero, altrimenti non conosceremo mai le conseguenze effettive dell’intervento, e la conoscenza non aumenterà. Paradossalmente, fermando l’esperimento in vitro, bloccando lo sviluppo embrionale, si potrebbero raggiungere conclusioni sbagliate. E allora? Allora bisogna riflettere con onestà intellettuale su tutto questo. Cosa stiamo facendo? Ne vale la pena? Ci sono altre strade? E poi, andando fino in fondo, se vale l’idea che una volta che qualcosa si può tecnicamente fare la si fa, e ipotizzando di far nascere una persona clonata, poi, che ci facciamo? Cosa le diciamo?

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Il padre di Dolly non ci crede più

Ian Wilmut ha rinnegato la «sua» tecnica. Dieci anni fa

ELISABETTA DEL SOLDATO

Quando Dolly the Sheep nacque al Roslin Institute di Edimburgo il 5 luglio del 1996 la comunità scientifica, non solo britannica, giubilò per essere riuscita a mettere al mondo un animale con una tecnica destinata – si disse – a curare malattie ritenute fino ad allora incurabili. Più di 250 embrioni sopravvissero alla clonazione, ma solo Dolly, creata dalla cellula mammaria di una pecora adulta, riuscì a vedere la luce. Molti credettero che l’esperimento avrebbe cambiato radicalmente il modo di curare pazienti affetti da malattie gravi. Eppure più di vent’anni dopo ancora non si riescono a vedere i progressi annunciati nel campo della medicina, ed è tutto da dimostrare che la pecora di Edimburgo sia stata davvero un successo scientifico. Dolly è morta il 14 febbraio del 2003 di morte prematura, per un problema ai polmoni, l’ultimo di una lunga serie di acciacchi che l’affliggevano già da diversi anni. Gli scienziati che la crearono hanno più volte dichiarato che non ci sono prove che la sua morte sia legata alla clonazione: ma anche Matilda, la prima pecora clonata fuori dal Roslin Institute, nata nel 2000 in Australia, è morta tre anni dopo essere venuta al mondo. Lo stesso Ian Wilmut, lo scienziato che ha guidato il team di Edimburgo e che deve a Dolly la sua fama, non è più così convinto che la clonazione sia la strada giusta per le cure del futuro: nel 2007 annunciò infatti che l’a- vrebbe abbandonata per una nuova tecnica che riesce a creare cellule staminali adulte senza ricorrere a embrioni, quella coniata dal giapponese Yamanaka usando frammenti della pelle. In un’intervista al Guardian il professore rivelò che la clonazione non offriva mezzi efficaci per curare malattie. «La nuova tecnica invece – spiegò Wilmut – è senza dubbio più accettabile». Da quel momento decise di non usare più la licenza per la clonazione di embrioni umani che gli era stata garantita due anni prima. « Ci siamo senz’altro fatti prendere un po’ troppo dall’entusiasmo – dichiarò poi – credendo che di lì a poco saremmo riusciti a offrire terapie efficaci ai pazienti. Se scegli di lavorare come ricercatore devi per forza essere ottimista, e spesso l’ottimismo ti fa credere di poter ottenere risultati che poi non consegui. Credo che forse stiamo imparando a essere più realisti e a non commettere più gli stessi errori».

Dunque la tecnica oggi salutata come uno straordinario traguardo è stata abbandonata dal suo iniziatore. Non ieri: dieci anni fa. E dopo le Ips – le cellule staminali pluripotenti indotte che ‘folgorarono’ Wilmut – la comunità scientifica sta già lavorando a un nuovo filone di ricerca, promettente e controverso: il gene editing, che permette di intervenire sul Dna tagliando il ‘pezzo’ malato’ e ‘incollando’ un pezzo sostitutivo sano. Una tecnica che ha grandi potenzialità, ma che solleva altrettanto formidabili interrogativi. Con le domande di Wilmut a orientare scelte sempre più difficili: quali sono i benefici di una ricerca? E quali i rischi? Qualunque sia la risposta, c’è già una certezza: la clonazione è già fuori gioco.

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DA SAPERE

Cos’è la clonazione?

La clonazione è un processo di riproduzione asessuata di un intero organismo vivente: attraverso l’applicazione di tecniche di ingegneria genetica si arriva, cioè, alla produzione di copie geneticamente identiche di organismi viventi.

Come si realizza?

Il nucleo di un ovocita viene sostituito con quello di una cellula somatica adulta – ossia già differenziata – dell’organismo da clonare. Dalla cellula uovo ricevente si sviluppa così un embrione che, trapiantato nell’utero di un animale ospite, dà origine al nuovo organismo identico al donatore del nucleo.

Come fu clonata Dolly?

Tentativi di clonazione si sono svolti per tutto il ventesimo secolo, ma famosa è rimasta la pecora Dolly la cui nascita è stata annunciata nel 1997 da «Nature»: il gruppo di Ian Wilmut, trasferendo in un ovocita privato del nucleo quello di una cellula del tessuto mammario di pecora adulta ottenne per clonazione l’animale. Solo un tentativo su 277 andò a buon fine, e Dolly morì dopo soli 7 anni per invecchiamento precoce. Da allora le ricerche hanno tentato di rendere la clonazione più sicura e affidabile. La lista delle specie animali clonate oggi comprende topi, mucche, gatti, cavalli e cammelli. E ora i macachi.

(A.Turc.)

 

CEI

«Ci sono soglie invalicabili, stabilite dal Creatore»

«Ci sono soglie che sono invalicabili non perché lo abbiamo deciso noi uomini ma perché è il Creatore che l’ha deciso». È il commento del presidente della Cei Bassetti sulla clonazione in Cina. «Lo diceva anche La Pira – ha aggiunto –: quando si scinde l’atomo in maniera sbagliata, quell’atomo, che è la forza coesiva della materia, diventa la distruzione di tutto quello che sta intorno, della vita.

Quando si scardinano certe leggi fondamentali della vita umana è veramente pericoloso». «I primi a essere preoccupati sono gli scienziati – ha aggiunto il segretario Cei, Galantino –. Il rispetto dell’uomo non è frutto di laboratorio».

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