Biotestamento, le domande aperte Riserve etiche e professionali, correzione doverosa AVV 3.1.18

Il 14 dicembre, due settimane prima che il presidente della Repubblica sciogliesse le Camere, il Senato ha approvato la legge che introduce nel nostro ordinamento «Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento». Un testo lungamente discusso, ma proprio nel momento decisivo rimasto compresso da un calendario d’aula che ha impedito di sciogliere alcuni nodi decisivi, sui quali in queste settimane «Avvenire» ha continuato a offrire contributi di riflessione. Come quelli che proponiamo oggi.

LA LEGISLATURA CHE SI CHIUDE AFFIDA ALLA PROSSIMA I NODI DI UNA LEGGE CONTROVERSA

 

Biotestamento, le domande aperte

Riserve etiche e professionali, correzione doverosa

MEDICI, NON ESECUTORI

L’OBIEZIONE NECESSARIA

L’ospite

Caro direttore, durante il recente dibattito parlamentare i sostenitori della legge sul testamento biologico hanno tenacemente negato che vi fosse bisogno di prevedere la possibilità del ricorso all’obiezione di coscienza.

L’hanno fatto, come possono testimoniare i resoconti del confronto, perché avrebbe significato ammettere che la legge introduceva la possibilità dell’eutanasia omissiva da sospensione di cure. Ora che si sono sollevate le proteste da parte di singoli medici e di istituzioni sanitarie cattoliche, dopo che il segretario di Stato vaticano cardinale Parolin ha definito «legittima» l’obiezione e il presidente della Cei cardinale Gualtiero Bassetti ha ribadito con chiarezza che l’obiezione di coscienza «è un diritto che va riconosciuto non solo per le persone, ma anche per le strutture cattoliche», il tono pare cambiato e si afferma che il medico non è obbligato ad assecondare le richieste che non condivide. È accaduto addirittura di leggere su qualche giornale che la legge «prevede l’obiezione per i medici». Lo stessa responsabile del ministero della Salute, Beatrice Lorenzin, ha assicurato in Parlamento che sarà permessa l’obiezione di coscienza sulle Dat malgrado le lacune della normativa.

Si tratta di rassicurazioni che, tuttavia, tranquillizzano solo parzialmente.

Abbiamo infatti a che fare con una norma assai poco rispettosa della libertà di esercizio della professione medica, non solo perché contiene l’assurdo scientifico di legiferare che nutrizione e idratazione assistite sono sempre terapie (e come tali rifiutabili) indipendentemente dal contesto clinico in cui vengono utilizzate. Ancora più grave, infatti, è la previsione per cui «il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo» (articolo 1, comma 6).

Rispetto a quest’obbligo, che trasforma il medico da professionista coscienzioso in esecutore meccanico, la possibilità di disattendere le Dat è consentita soltanto «qualora esse appaiano palesemente incongrue o non corrispondenti alla situazione clinica attuale del paziente» oppure «se sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento» (articolo 4, comma 5).

Nessuno spazio per l’obiezione di coscienza, dunque. Semmai, nelle condizioni di perdita di coscienza del paziente sopravvenute acutamente, come traumi cranici o ictus cerebrale, che possono evolvere verso la morte o il completo recupero funzionale, ma che prevedono la possibilità di condurre anche verso condizioni di grave disabilità permanente, la legge comporta un concreto rischio di abbandono terapeutico dei pazienti per esigenze di medicina difensiva. Infatti nelle situazioni di emergenza o di urgenza è previsto che il medico garantisca le cure necessarie «nel rispetto della volontà del paziente», cioè di quanto contenuto nelle Dat (articolo 1, comma 7). È evidente che, di fronte alla prospettiva di una probabile denuncia per invalidità sopravvenute al mancato rispetto delle disposizioni anticipate, i medici tenderanno a rispettare le Dat pedissequamente, con il rischio di mettere in pericolo la vita dei pazienti che con un più deciso intervento sarebbero sopravvissuti all’evento acuto in condizioni accettabili di benessere o di invalidità.

L’unica possibilità di rifiutarsi di eseguire quanto richiesto dal paziente è prevista per il medico se il paziente esige trattamenti «contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali», ma questo non ha nulla a che fare con l’obiezione di coscienza. A esclusione di ciò, il medico che rispetta la volontà del paziente «è esente da responsabilità civile o penale» (articolo 1 comma 6), confermando implicitamente che la legge intende aggirare quanto attualmente previsto dal Codice penale sull’istigazione al suicidio e sull’omicidio del consenziente, prevedendo l’impunibilità dell’eutanasia omissiva.

Solo così, infatti, possono essere definite condotte volte ad accelerare la fine per denutrizione e disidratazione di pazienti che non stavano morendo per la loro malattia.

Un’ultima annotazione riguarda le strutture sanitarie caratterizzate da idealità che le porterebbero a non applicare norme da cui possa derivare la volontaria anticipazione della morte del paziente. Con questa legge illiberale anche ospedali cattolici – come il Bambino Gesù, l’Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, il Policlinico Gemelli e tanti altri – sarebbero costretti a venir meno all’ispirazione fondativa e alla propria etica istituzionale. All’articolo 1, comma 9, si prevede infatti che anch’essi, al pari delle strutture pubbliche, sono obbligati ad applicare la nuova legge.

Nei giorni successivi all’approvazione della legge abbiamo assistito al crescere dell’apprensione di importanti strutture sanitarie cattoliche, con una voce significativa in particolare dal Cottolengo. È auspicabile che anche la Federazione nazionale degli Ordini dei medici voglia reagire al tentativo di negare al medico la possibilità di agire nella sua professione senza venir meno al giuramento di Ippocrate e alla sua libertà di coscienza.

Su tutti noi grava il compito della vigilanza e della denuncia, sulla prossima legislatura quello di correggere almeno parzialmente i contenuti di una legge nata male.

*deputato professore ordinario di Neurologia

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di Gian Luigi Gigli*

 

Un terreno d’incontro oltre le contrapposizioni

LIBERTÀ DI COSCIENZA PATRIMONIO «LAICO»

L’obiezione di coscienza è un punto cruciale che la legge sul biotestamento ha messo in evidenza, non essendo prevista né per le persone né per le strutture sanitarie. È un punto di cui su una larga parte de media non ci si cura più di tanto perché si pensa che si tratti di una richiesta che viene solamente dai cattolici (medici, operatori sanitari, istituzioni), che a essa si appellano per contrastare una legge sgradita. Invece è una questione che riguarda davvero tutti. A cominciare da chi dice di avere a cuore dignità e libertà.

Quando ne parliamo proprio questo dovremmo mettere in luce, smarcandoci dalla cornice che vede la difesa dell’obiezione di coscienza come una battaglia settaria che sarebbe mossa da una ottusa e dannosa testardaggine. Siccome sappiamo che una comunicazione efficace è sempre inclusiva, ecco allora quattro spunti per sostenere quello che è un diritto umano fondamentale e per parlarne in termini che facciano sentire coinvolti tutti.

Innanzitutto è utile notare che l’obiezione di coscienza è un valore anche laico perché il rispetto e la difesa della vita sono un valore ‘trascendentale’, umano prima ancora che religioso, morale, culturale, politico. Se per un credente la vita è sacra, per un vero laico essa esprime un diritto assoluto, quindi svincolato da ogni obbligo di tipo giuridico.

È opportuno anche evidenziare come l’obiezione di coscienza in questo caso tuteli la libertà e la giustizia, perché garantisce le due espressioni della libertà (quella del malato e quella del medico) e il principio secondo il quale ‘non faccio all’altro quello che non vorrei fosse fatto a me’. In questo senso tutela anche quell’autodeterminazione che viene invocata così spesso al giorno d’oggi.

Inoltre l’obiezione di coscienza fonda i diritti umani perché insegna che lo Stato non è l’ultimo depositario del Bene. Se vogliamo davvero promuovere i diritti umani non possiamo derogare neppure in particolari situazioni. Chi nega l’obiezione di coscienza di fatto assolutizza un diritto che diventa talmente forte da piegare la coscienza stessa di una persona, annullandone un altro diritto fondamentale.

Infine, l’obiezione di coscienza garantisce l’uguaglianza in ordine al Bene: ciascuno può contribuire con la propria coscienza, responsabilmente, al bene comune. Nel comunicare su un valore così prezioso proviamo allora a ricorrere più spesso a parole positive, semplici e familiari in quanto costantemente utilizzate (libertà, giustizia, uguaglianza, diritti, dignità) per dire quale enorme significato vi stia dietro. E per far comprendere cosa rischiamo – tutti – se lo cancelliamo.

*Catholic Voices Italia

© RIPRODUZIONE RISERVATA

di Martina Pastorelli*

 

Perché le Disposizioni riguardano anche chi non le scrive

LA MORTE COME DIRITTO FRUTTO AMARO DELLE «DAT»

La legge sulle cosiddette «Disposizioni anticipate di trattamento» (Dat) cambia radicalmente alcuni paradigmi fondamentali della nostra società. Perciò è sbagliato dire che si tratta di una possibilità di scelta alla quale chi non è d’accordo semplicemente può non ricorrere. Con questa legge cambia tutto, pure per chi non volesse scrivere alcun testamento biologico. La legge regola infatti il consenso informato a ogni atto medico, includendo anche le Dat, cioè il consenso ai trattamenti sanitari in una eventuale situazione futura, al momento non prevedibile, in cui ci si potrebbe trovare nelle condizioni di non poter più esprimersi. La rivoluzione introdotta sta nel fatto di aver definito idratazione e alimentazione artificiali come trattamenti sanitari, per i quali d’ora in poi è necessario il consenso. Si potrebbe obiettare che anche adesso non si può costringere nessuno a infilarsi una flebo.

Invece finora alimentazione e idratazione erano date per scontate, così come l’igiene del corpo e la mobilizzazione nel letto, perché servono per vivere: si sospendono quando non sono più efficaci o sono troppo gravose per l’organismo, cioè solo per motivi clinici. Con la nuova legge, invece, a tutti sarà chiesto se si vuole essere alimentati e idratati, perché adesso è necessario il consenso. E grazie al comma 6 dell’articolo 1, se il paziente rifiuta, il medico è esente da responsabilità civili o penali, mentre non è obbligato ad applicare idratazione e alimentazione se, richieste dal paziente, le ritenesse contrarie alle buone pratiche clinicoassistenziali. In altre parole, il medico ora è obbligato ad acconsentire ai rifiuti di trattamenti, compresi alimentazione e idratazione.

La novità non sta solo in chi decide – medico o paziente – e in come si decide – con il consenso scritto – ma in cosa si decide. D’ora in poi è legittimo chiedere la morte medicalmente assistita se la propria vita dipende da qualche dispositivo medico anche semplicissimo, come un sondino nasogastrico per nutrirsi, o l’ago della flebo.

La scelta di lasciarsi morire diventa un diritto esigibile, e non è più considerata un male per la persona. Scegliere di vivere o di morire, a prescindere anche dalla sofferenza e dalla malattia, ha la stessa legittimità, e il medico è tenuto a eseguire sempre le volontà, con – paradossalmente – maggiori tutele per chi si adegua a quanti rifiutano la vita. E poiché tutte le strutture sanitarie debbono rispettare la legge, in un ipotetico caso Welby o dj Fabo non ci si potrà rifiutare di staccare un respiratore ancora efficace a un malato che lo chiedesse: l’obiezione di coscienza non è mai un diritto.

È l’articolo 3, quello su minori e incapaci, a confermare questo cambiamento radicale: d’ora in poi in caso di contenzioso fra il legale del minore e il medico ci si rivolge al giudice. È quanto successo per Charlie Gard: i medici del Gosh – l’ospedale in cui era ricoverato il piccolo inglese – hanno iniziato il contenzioso perché volevano sospendere la respirazione artificiale. I genitori di Charlie non erano d’accordo, ma non hanno potuto firmare le dimissioni del figlio e cambiare ospedale, gli è stato impedito di esercitare il diritto a scegliere il medico curante, costretti a quel braccio di ferro giudiziario con il Gosh che poi li ha obbligati a eseguire la sentenza, arrivando alla sospensione della respirazione artificiale, sebbene ancora efficace.

L’articolo sulle Dat è coerente con questa linea: le Dat sono vincolanti in caso di rifiuto di trattamenti di sostegno vitali, con pochi margini di libertà per il medico. Ma non c’è garanzia neppure sul fatto che le volontà siano rispettate: in caso di contenzioso sarà un giudice a decidere. Aggiungiamo pure che la sciatteria con cui la legge è stata scritta renderà quasi obbligatorio, almeno all’inizio, il passaggio nei tribunali: ognuno infatti può scrivere da solo le sue Dat, senza un medico che le controfirmi, e queste saranno comunque vincolanti. Non c’è un registro nazionale, non si sa quando si iniziano ad applicare, né chi avrà la responsabilità di eseguirle.

In sintesi: questa legge attiva percorsi nuovi, pone scelte diverse, in forma più burocratica – e quindi più soggette a contenziosi –, mettendo sullo stesso piano scelte di vita e di morte. Tutto questo entrerà inevitabilmente nei protocolli medici e nella prassi sanitaria, ed è destinato ad avere conseguenze per tutti, non solo per coloro che vorranno redigere le Dat (numericamente marginali nei Paesi in cui ci sono leggi simili). Nel suo libro sul caso Eluana Englaro, definito «la Porta Pia del vitalismo ippocratico», Maurizio Mori lo spiegava bene: «Come Porta Pia è importante non tanto come azione militare quanto come atto simbolico che ha posto fine al potere temporale dei papi e alla concezione sacrale del potere politico, così il caso Eluana apre una breccia che pone fine al potere (medico e religioso) sui corpi delle persone e (soprattutto) alla concezione sacrale della vita umana. Sospendere l’alimentazione e l’idratazione artificiali implica abbattere una concezione dell’umanità e cambiare l’idea di vita e di morte ricevuta dalla tradizione millenaria che affonda le radici nell’ippocratismo, e anche prima, nella visione dell’homo religiosus, per affermarne una nuova da costruire. […] Lo sfaldamento della sacralità della vita umana è probabile porti altri cambiamenti nel modo stesso di strutturare la vita sociale».

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di Assuntina Morresi

 

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