L’arrivo dei salesiani in Terra Santa risale al 1891. In prima linea nella regione AVV 18.8.19

IL REPORTAGE

I salesiani in prima linea nella regione. Da scuole e oratori a “laboratori di carità” come il forno o la cantina, le opere sui passi di Don Bosco per garantire ai giovani e agli ultimi un futuro nel segno della speranza

Pane ed educazione per la Terra Santa

FILIPPO RIZZI Inviato in Terra Santa

Essere dei buoni cristiani e onesti cittadini è stato uno dei richiami più forti di san Giovanni Bosco ponendo un occhio di riguardo all’importanza di educare i giovani e a cercare di garantire, anche ai più disagiati, un futuro che coniughi dignità, riscatto e speranza. A questo mandato del fondatore della Società di San Francesco di Sales restano fedeli anche oggi in Terra Santa i suoi figli, i salesiani, un drappello di valorosi religiosi dai 30 ai 90 anni di età, molti dei quali di origine italiana. Una presenza che risale al 1891 e che è confermata da opere simbolo, collocate spesso ai margini del “muro della discordia” che divide israeliani e palestinesi. Fra le più conosciute la cantina di Cremisan,da cui ogni anno escono 180mila bottiglie, tra cui pregiati brandy e creme di limoncello, vendute, nonostante gli alti costi di spedizione, in tutto il mondo e che, sorta nel 1885, ancora oggi consente la produzione del “vino” da Messa per cattolici e ortodossi; e poi il forno di Betlemme,il più antico della città, rimasto aperto anche durante i periodi di coprifuoco durante l’intifada, che da anni riesce a distribuire gratuitamente il pane a cento famiglie bisognose e a sfornarne 15 di tipo diverso per i palati più variegati.

Si tratta di realtà e “patrimoni di carità” che hanno permesso negli anni alla Famiglia religiosa di autosostenersi e così assicurare, di riflesso, la sopravvivenza di importanti avamposti educativi in questa terra. Basti pensare agli oratori, alle parrocchie e alle scuole professionali o al prestigiosoistituto universitario di Ratisbonne a Gerusalemmedove molti salesiani in formazione soggiornano per lunghi periodi «per approfondire le radici teologiche e bibliche del rapporto tra giudaismo e cristianesimo », ci rivela il 31enne egiziano Edward Gobran. Ad essi si aggiunge illiceo di indirizzo tecnologico di Nazareth,ritenuto dallo stesso governo israeliano per il suo livello di istruzione un istituto di eccellenza.

«Il nostro obiettivo – racconta Adele Amato a capo delPlanning and development officedell’ispettoria salesiana del Medio Oriente – è quello di vigilare sulla trasparenza dei donatori, riservando la massima attenzione alla gestione delle risorse e alla sostenibilità. Il nostro sogno? Liberare il più possibile i nostri padri da ruoli amministrativi per restituirli alla loro vocazione delle origini: educare i giovani». Una prospettiva che trova d’accordo l’attuale superiore dell’ispettoria salesiana del Medio Oriente, che comprende oltre a Israele, Palestina, il Libano, l’Egitto, la Siria e solo fino a pochi anni fa l’Iran e composta da una settantina di religiosi. Spiega il venezuelano don Alejandro José Leòn Mendoza: «Il fine ultimo è proprio questo: coinvolgere sempre più le forze laiche attraverso un progetto di accom- pagnamento e formazione » .

Tra i progetti infatti messi in cantiere dai missionari salesiani, nel corso di questi anni in accordo con il patriarcato latino di Gerusalemme, vi è la trattativa, «incominciata più di vent’anni fa», tiene a precisare don Alejandro, per la cessione inleasingdi una parte deiterreni di Beitjemal,la casa fondata dal salesiano don Antonio Belloni che si estende su 103 ettari lungo le colline della Giudea, a 30 chilometri da Gerusalemme. Gli appezzamenti sono destinati dal piano regolatore della vicina città di Beit Shemesh ad aree edificabili per l’espansione del centro urbano. Una vicenda quest’ultima salita agli onori delle cronache in Italia per la ricostruzione dei fatti distorta e affrettata fornita da un articolo del marzo scorso su“L’Espresso”che trasformava questi eroici figli di Don Bosco in “palazzinari di Terra Santa”. «La realtà dei fatti è molto diversa – sottolinea don Alejandro José Leòn Mendoza – . La cessionein leasingconsentirebbe alla nostra Congregazione di poter contare su introiti che permetterebbero di realizzare una serie di attività a beneficio dell’intero territorio e delle minoranze cristiane, a partire dal sostegno alle opere del patriarcato di Gerusalemme, destinatario della metà dei ricavi». E aggiunge un particolare: «Potremmo così rilanciare strutture come Cremisan su cui si potrebbe avviare una ristrutturazione capace di trasformare il complesso in una casa di formazione permanente per lo studio della Bibbia e della spiritualità salesiana ». E a colpire della vasta casa di Bejtgmal, che in passato è stata un’ex scuola agricola, è il silenzio che la circonda con i suoi uliveti secolari. Ma anche la storia che vi si respira: la tradizione vuole che qui riposi, in un sepolcro, il corpo del martire Stefano. Sempre tra queste mura ha prestato il suo ministero il coadiutore salesiano Simon Srugi, oggi venerabile e ricordato tuttora per la sua assistenza medica ai poveri.

«Il nostro essere in questo angolo di Israele in pieno contesto ebraico – racconta il direttore della struttura, il salesiano Gianmaria Gianazza, classe 1943 con una specializzazione in lingua e letteratura araba sui manoscritti cristiani all’Università dei gesuiti di San Giuseppe a Beirut e allievo proprio in queste discipline del gesuita Peter Hans Kolvenbach– consente di far sperimentare ai pellegrini in visita un’autentica catechesi essenziale sul cristianesimo grazie alla bellezza del paesaggio». Un “vendita” dei terreni che potrà dare un po’ di ossigeno e fiato per «rimettere in sesto le nostre opere che necessitano di interventi urgenti come l’oratorio, il centro giovanile, il nostro museo dei presepi ma anche le aule scolastiche », osserva il salesiano originario di Aleppo, don Bashir Souccar, direttore della scuola tecnica di Betlemme frequentata da 180 ragazzi al mattino e altrettanti nel pomeriggio.

Fra i luoghi e presidi formativi c’è quello di Nazareth con le sue scuole, frequentate da circa 400 studenti (in maggioranza musulmani), tra primaria e secondaria con l’indirizzo tecnologico (considerato un trampolino di lancio a chi si diploma per accedere alle più prestigiose università di Israele, in particolare alle facoltà di ingegneria) assieme all’oratorio. «In ogni contatto diretto con i giovani – osserva il direttore di quest’opera il veneto don Lorenzo Saggiotto – cerchiamo di investire molto sui valori umani sulle orme di quanto ci ha trasmesso il nostro fondatore Don Bosco». Un impegno educativo nel solco della recente Dichiarazione sulla fratellanza umana e sulla convivenza comune di Abu Dhabi firmata nel febbraio scorso da papa Francesco e dal grande imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyib.

È il clima di accoglienza che si respira proprio tra le ampie navate della

Basilica dedicata a Gesù Adolescente a Nazareth.Un luogo “molto salesiano” anche nella sua simbologia: non distante dall’ambone e dall’altare campeggia una bella icona di stile bizantino che ritrae Gesù con al suo fianco quasi a “guidarlo” il giovane salesiano san Domenico Savio. «Un luogo di culto – annota don Saggiotto – che rappresenta un punto di riferimento per la vita comune non solo dei cattolici che sono una minoranza ma anche per i cristiani delle varie confessioni. Tutti qui si sentono figli della “stessa” parrocchia». Un segno quasi profetico che ha soprattutto il sapore della testimonianza. Simile alla frase ispirata da Don Bosco che questo piccolo e variegato “esercito” di preti porta incisa sul retro di una semplice croce metallica che indossano quotidianamente: «Studia di farti amare». «È proprio così – è la riflessione dell’economo ispettoriale e direttore della cantina, il veneziano don Pietro Bianchi –. Vogliamo stare in mezzo ai ragazzi e alla gente del luogo avendo a cuore il loro sviluppo e il loro futuro nella terra di Gesù».

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A Betlemme un istituto per chi parte svantaggiato

L’attuale presenza salesiana a Betlemme vanta una scuola tecnica riconosciuta dal Ministero dell’educazione palestinese, un centro di formazione professionale, un oratorio/centro giovanile, una chiesa pubblica e un forno. I percorsi di formazione professionale consentono, infatti, a ragazzi provenienti da contesti socioeconomici svantaggiati (circa 300 ogni anno) di imparare e specializzarsi in settori che offrono discrete opportunità di impiego e studio superiore. L’oratorio con il centro giovanile accoglie circa 100 bambini e ragazzi offrendo loro attività socio-ricreative e sportive.

«Cominciamo tutte le attività invocando “il Dio clemente e misericordioso” – racconta il direttore della scuola di Betlemme, il siriano don Bashir Souccar –.

Sono appellativi che si trovano nella Bibbia e nel Corano. In questo modo i nostri studenti, che sono in maggioranza islamica, possono invocare lo stesso Dio mantenendo intatto il loro credo e la propria identità religiosa».

Oltre al forno a Betlemme c’è un piccolo centro artistico per la lavorazione del legno d’ulivo, la ceramica e la madreperla.

All’interno della città della Natività si trova anche un Museo internazionale con circa 250 presepi provenienti da tutto il mondo.(F.Riz.)

I ragazzi mentre giocano a ping pong durante uno dei tanti momenti di aggregazione nell’oratorio dell’istituto dei salesiani “Gesù Adolescente” a Nazareth

 

LA PRESENZA DELLA CONGREGAZIONE RISALE AL 1891

Belloni, il sacerdote ligure «padre degli orfani» Oggi i suoi terreni sono un motore di fraternità

L’arrivo dei salesiani in Terra Santa risale al 1891. Ma è il 1902 la data in cui l’allora rettor maggiore della Congregazione, il beato don Michele Rua (primo successore di Don Bosco), eresse canonicamente l’ispettoria salesiana d’Oriente intitolata a “Gesù Adolescente”. Un avamposto di annuncio cristiano confermato ancora oggi dalle opere presenti in cinque luoghi simbolo: Beitjemal, Betlemme, Cremisan, Gerusalemme e Nazareth. La missione fu ben preparata e coltivata, anni prima, da don Antonio Belloni (1831-1903), fondatore dell’orfanotrofio di Betlemme e della Congregazione della Sacra Famiglia. Il sacerdote originario della Liguria, incardinato come prete nel patriarcato di Gerusalemme (era professore al Seminario Maggiore di Beit Jala), prima dell’incontro con i salesiani impostò la sua vita sull’educazione dei giovani. Per dare continuità alla sua opera, si rivolse due volte a Don Bosco nel 1874 e nel 1887. La seconda volta ottenne dal santo la promessa che i suoi preti e coadiutori laici si sarebbero recati in Palestina per aiutarlo. Già nel 1893 il canonico Belloni e circa metà dei suoi confratelli erano entrati nella Congregazione di Don Bosco professandone i voti. Facendosi salesiano, oltre alla casa di Betlemme, don Belloni portava con sé “in dote” la scuola agricola di Beitjemal, il noviziato di Cremisan e il vasto terreno su cui in seguito sarebbe sorta la casa di Nazareth. Don Belloni morì nel 1903. Nel monumento eretto in suo onore fu posta l’iscrizione: “Padre degli orfani”.

Filippo Rizzi

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L’istituto “Gesù Adolescente” a Nazareth

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Messaggio del Papa per la 53ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali AVV 25.1.19

Internet «rappresenta una possibilità straordinaria di accesso al sapere», ma è anche «uno dei luoghi più esposti alla disinformazione e alla distorsione consapevole e mirata dei fatti e delle relazioni interpersonali, che spesso assumono la forma del discredito ». La rete poi «è un’occasione per promuovere l’incontro con gli altri», ma «può anche potenziare il nostro autoisolamento, come una ragnatela capace di intrappolare». Ecco quindi che il web deve essere fatto non «per intrappolare, ma per liberare». Lo scrive papa Francesco nel Messaggio, pubblicato ieri, per la 53ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali che quest’anno si celebra, in molti Paesi, domenica 2 giugno, Solennità dell’Ascensione del Signore. Il Messaggio del Pontefice, che riproduciamo integralmente in questa pagina, è stato diffuso come da tradizione nel giorno in cui la Chiesa celebra la memoria liturgica di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti. Ed ha come titolo «’Siamo membra gli uni degli altri’ (Ef 4,25). Dallesocial network communitiesalla comunità umana». Nel testo il Pontefice denuncia l’uso dei social per fomentare «spirali di odio» e «ogni tipo di pregiudizio», nonché i rischi del cyberbullismo, del narcisismo e dell’autoisolamento che porta al fenomeno degli ‘eremiti sociali’. Papa Francesco inoltre ribadisce che la rete deve fondarsi «sulla verità» e non «sui ‘like’». ‘Il Messaggio ha raccolto il plauso di Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, segretario generale e presidente della Federazione della Stampa: «È un’esortazione e un invito alla riflessione».(G.C.)

IL DOCUMENTO

Diffuso il testo del Messaggio del Papa per la 53ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che si celebrerà il prossimo 2 giugno. «Una risorsa del nostro tempo» anche se non mancano aspetti rischiosi

I social? Rete per riscoprirsi una «comunità di persone»

 

Pubblichiamo il testo del Messaggio che papa Francesco ha scritto per la 53ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che quest’anno si celebra domenica 2 giugno. Il titolo del Messaggio è «Siamo membra gli uni degli altri» (Ef 4,25). Dalle social network communities alla comunità umana. Di seguito il testo.

Cari fratelli e sorelle, da quando internet è stato disponibile, la Chiesa ha sempre cercato di promuoverne l’uso a servizio dell’incontro tra le persone e della solidarietà tra tutti. Con questo Messaggiovorrei invitarvi ancora una volta a riflettere sul fondamento e l’importanza del nostro essere-in-relazione e a riscoprire, nella vastità delle sfide dell’attuale contesto comunicativo, il desiderio dell’uomo che non vuole rimanere nella propria solitudine.

Le metafore della “rete” e della “comunità”

L’ambiente mediale oggi è talmente pervasivo da essere ormai indistinguibile dalla sfera del vivere quotidiano. La rete è una risorsa del nostro tempo. È una fonte di conoscenze e di relazioni un tempo impensabili. Numerosi esperti però, a proposito delle profonde trasformazioni impresse dalla tecnologia alle logiche di produzione, circolazione e fruizione dei contenuti, evidenziano anche i rischi che minacciano la ricerca e la condivisione di una informazione autentica su scala globale. Se internet rappresenta una possibilità straordinaria di accesso al sapere, è vero anche che si è rivelato come uno dei luoghi più esposti alla disinformazione e alla distorsione consapevole e mirata dei fatti e delle relazioni interpersonali, che spesso assumono la forma del discredito.

Occorre riconoscere che le reti sociali, se per un verso servono a collegarci di più, a farci ritrovare e aiutare gli uni gli altri, per l’altro si prestano anche ad un uso manipolatorio dei dati personali, finalizzato a ottenere vantaggi sul piano politico o economico, senza il dovuto rispetto della persona e dei suoi diritti. Tra i più giovani le statistiche rivelano che un ragazzo su quattro è coinvolto in episodi dicyberbullismo.[1] Nella complessità di questo scenario può essere utile tornare a riflettere sulla metafora dellareteposta inizialmente a fondamento di internet, per riscoprirne le potenzialità positive. La figura della rete ci invita a riflettere sulla molteplicità dei percorsi e dei nodi che ne assicurano la tenuta, in assenza di un centro, di una struttura di tipo gerarchico, di un’organizzazione di tipo verticale. La rete funziona grazie alla compartecipazione di tutti gli elementi.

Ricondotta alla dimensione antropologica, la metafora della rete richiama un’altra figura densa di significati: quella dellacomunità.Una comunità è tanto più forte quanto più è coesa e solidale, animata da sentimenti di fiducia e persegue obiettivi condivisi. La comunità come rete solidale richiede l’ascolto reciproco e il dialogo, basato sull’uso responsabile del linguaggio.

È a tutti evidente come, nello scenario attuale, lasocial network community nonsia automaticamente sinonimo di comunità. Nei casi migliori lecommunityriescono a dare prova dicoesione e solidarietà, ma spesso rimangono solo aggregati di individui che si riconoscono intorno a interessi o argomenti caratterizzati da legami deboli. Inoltre, nelsocial webtroppe volte l’identità si fonda sulla contrapposizione nei confronti dell’altro, dell’estraneo al gruppo: ci si definisce a partire da ciò che divide piuttosto che da ciò che unisce, dando spazio al sospetto e allo sfogo di ogni tipo di pregiudizio (etnico, sessuale, religioso, e altri). Questa tendenza alimenta gruppi che escludono l’eterogeneità, che alimentano anche nell’ambiente digitale un individualismo sfrenato, finendo talvolta per fomentare spirali di odio. Quella che dovrebbe essere una finestra sul mondo diventa così una vetrina in cui esibire il proprio narcisismo.

La rete è un’occasione per promuovere l’incontro con gli altri, ma può anche potenziare il nostro autoisolamento, come una ragnatela capace di intrappolare. Sono i ragazzi ad essere più esposti all’illusione che ilsocial webpossa appagarli totalmente sul piano relazionale, fino al fenomeno pericoloso dei giovani “eremiti sociali” che rischiano di estraniarsi completamente dalla società. Questa dinamica drammatica manifesta un grave strappo nel tessuto relazionale della società, una lacerazione che non possiamo ignorare.

Questa realtà multiforme e insidiosa pone diverse questioni di carattere etico, sociale, giuridico, politico, economico, e interpella anche la Chiesa. Mentre i governi cercano le vie di regolamentazione legale per salvare la visione originaria di una rete libera, aperta e sicura, tutti abbiamo la possibilità e la responsabilità di favorirne un uso positivo.

È chiaro che non basta moltiplicare le connessioni perché aumenti anche la comprensione reciproca. Come ritrovare, dunque, la vera identità comunitaria nella consapevolezza della responsabilità che abbiamo gli uni verso gli altri anche nella reteonline?

“Siamo membra gli uni degli altri”

Una possibile risposta può essere abbozzata a partire da una terza metafora, quelladel corpo e delle membra,che San Paolo usa per parlare della relazione di reciprocità tra le persone, fondata in un organismo che le unisce. «Perciò, bando alla menzogna e dite ciascuno la verità al suo prossimo, perché siamo membra gli uni degli altri» (Ef

4,25). L’esseremembra gli uni degli altriè la motivazione profonda, con la quale l’Apostolo esorta a deporre la menzogna e a dire la verità: l’obbligo a custodire la verità nasce dall’esigenza di non smentire la reciproca relazione di comunione. La verità infatti si rivela nella comunione. La menzogna invece è rifiuto egoistico di riconoscere la propria appartenenza al corpo; è rifiuto di donarsi agli altri, perdendo così l’unica via per trovare sé stessi.

La metafora del corpo e delle membra ci porta a riflettere sulla nostra identità, che è fondata sulla comunione e sull’alterità. Come cristiani ci riconosciamo tutti membra dell’unico corpo di cui Cristo è il capo. Questo ci aiuta a non vedere le persone come potenziali concorrenti, ma a considerare anche i nemici come persone. Non c’è più bisogno dell’avversario per auto-definirsi, perché lo sguardo di inclusione che impariamo da Cristo ci fa scoprire l’alterità in modo nuovo, come parte integrante e condizione della relazione e della prossimità.

Tale capacità di comprensione e di comunicazione tra le persone umane ha il suo fondamento nella comunione di amore tra le Persone divine. Dio non è Solitudine, ma Comunione; è Amore, e perciò comunicazione, perché l’amore sempre comunica, anzi comunica sé stesso per incontrare l’altro. Per comunicare con noi e per comunicarsi a noi Dio si adatta al nostro linguaggio, stabilendo nella storia un vero e proprio dialogo con l’umanità (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm.Dei Verbum,2).

In virtù del nostro essere creati ad immagine e somiglianza di Dio che è comunione e comunicazione- di-sé, noi portiamo sempre nel cuore la nostalgia di vivere in comunione, di appartenere a una comunità. «Nulla, infatti – afferma San Basilio –, è così specifico della nostra natura quanto l’entrare in rapporto gli uni con gli altri, l’aver bisogno gli uni degli altri».[2] Il contesto attuale chiama tutti noi a investire sulle relazioni, ad affermare anche nella rete e attraverso la rete il carattere interpersonale della nostra umanità. A maggior ragione noi cristiani siamo chiamati a manifestare quella comunione che segna la nostra identità di credenti. La fede stessa, infatti, è una relazione, un incontro; e sotto la spinta dell’amore di Dio noi possiamo comunicare, accogliere e comprendere il dono dell’altro e corrispondervi.

È proprio la comunione a immagine della Trinità che distingue la persona dall’individuo. Dalla fede in un Dio che è Trinità consegue che per essere me stesso ho bisogno dell’altro. Sono veramente umano, veramente personale, solo se mi relaziono agli altri. Il termine persona denota infatti l’essere umano come “volto”, rivolto verso l’altro, coinvolto con gli altri. La nostra vita cresce in umanità col passare dal carattere individuale a quello personale; l’autentico cammino di umanizzazione va dall’individuo che percepisce l’altro come rivale, alla persona che lo riconosce come compagno di viaggio.

Dal “like” all’“amen”

L’immagine del corpo e delle membra ci ricorda che l’uso del social webècomplementare all’incontro in carne e ossa, che vive attraverso il corpo, il cuore, gli occhi, lo sguardo, il respiro dell’altro. Se la rete è usata come prolungamento o come attesa di tale incontro, allora non tradisce se stessa e rimane una risorsa per la comunione. Se una famiglia usa la rete per essere più collegata, per poi incontrarsi a tavola e guardarsi negli occhi, allora è una risorsa. Se una comunità ecclesiale coordina la propria attività attraverso la rete, per poi celebrare l’Eucaristia insieme, allora è una risorsa. Se la rete è occasione per avvicinarmi a storie ed esperienze di bellezza o di sofferenza fisicamente lontane da me, per pregare insieme e insieme cercare il bene nella riscoperta di ciò che ci unisce, allora è una risorsa.

Così possiamo passare dalla diagnosi alla terapia: aprendo la strada al dialogo, all’incontro, al sorriso, alla carezza… Questa è la rete che vogliamo. Una rete non fatta per intrappolare, ma per liberare, per custodire una comunione di persone libere. La Chiesa stessa è una rete tessuta dalla comunione eucaristica, dove l’unione non si fonda sui “like”,ma sulla verità, sull’“amen”,con cui ognuno aderisce al Corpo di Cristo, accogliendo gli altri.

Note

[1] Per arginare questo fenomeno sarà istituito unOsservatorio internazionale sul cyberbullismocon sede in Vaticano.

[2]Regole ampie,III, 1: PG 31, 917°; cfr Benedetto XVI,Messaggio per la 43° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali(2009).

Francesco

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Contraccezione e aborto in Africa: il punto è la vera difesa dell’umano Botta e risposta AVV 25.1.19

Dal medico e consigliere lombardo di «+Europa» Michele Usuelli la spiegazione del discusso stanziamento di un milione di euro dal bilancio regionale per contraccettivi in Africa. Una scelta che non tiene conto del «fattore umano»: è lo sviluppo, specie della risorsa femminile, il vero fattore di liberazione del continente dalla povertà, e non politiche paternalistiche come il taglio forzoso del numero di figli per donna

Contraccezione e aborto in Africa: il punto è la vera difesa dell’umano

Botta e risposta

Gentile direttore, le scrivo a seguito dell’articolo di Francesco Ognibene (‘Avvenire’ del 21 dicembre 2018) e della lettera della vicepresidente del Municipio 9 di Milano, Deborah Giovanati sul tema «Bomba demografica e mancato accesso alla medicina contraccettiva nei Paesi ad alta mortalità materna e ad altissima fertilità » (‘ Avvenire’ del 16 gennaio 2019), sul quale, all’unanimità, il Consiglio regionale di Lombardia ha votato lo stanziamento di un milione da destinare a Unfpa, l’Agenzia delle Nazioni Unite per la popolazione, a sostegno di Paesi prioritari per il Ministero degli Esteri italiano e con un tasso di fertilità maggiore di quattro figli per donna. Secondo l’Oms ogni anno 214 milioni di donne di Paesi poveri e ad alta fertilità rimangono incinte senza desiderarlo, non avendo accesso alla medicina contraccettiva, pur conoscendone l’esistenza. Le gravidanze troppo ravvicinate, a meno di 24 mesi di distanza tra loro, aumentano grandemente il rischio di mortalità materna e neonatale. I Paesi africani che negli ultimi 10 anni hanno maggiormente ridotto la loro mortalità materno-neonatale hanno spesso ministri della Sanità donna e hanno agito con una strategia comune: drastica riduzione del costo dei contraccettivi moderni etask shifting:prima i contraccettivi a lunga durata di azione (spirali, iniezioni che durano 3 mesi e confetti sottocute che durano 5 anni) erano somministrati solo dai medici, pochissimi in quei Paesi e presenti solo in ospedale. Si è operato un trasferimento delle competenze dal medico ospedaliero all’infermiere e quindi dall’ospedale al centro di salute. In Niger, Paese con il più alto tasso di fertilità al mondo, ogni donna in età riproduttiva ha in media 7,1 bambini. 39 Paesi al mondo hanno un tasso di fertilità maggiore di 4 per ogni donna e sono tutti Paesi molto poveri e/o in guerra. Io ho visto e quindi so: per 7 anni ho lavorato come medico dei neonati (non sono affatto uno sterilizzatore) tra Cambogia, Afghanistan, Malawi, Sudan, Sierra Leone e Republica Centrafricana. Mi sono sempre occupato di lavorare su tutti i servizi di salute materno- infantile, uncontinuum of caredalle visite pre-parto fino alla contraccezione post-parto. Quando i servizi di medicina contraccettiva vengono offerti, una quota parte di donne e famiglie accedono volentieri. Mai, a differenza di quanto afferma la signora Giovanati, ho visto trasformare da Unfpa o altre Ong l’aborto in vera e propria proposta di contraccezione. Qui l’aborto non c’entra nulla: nessun operatore umanitario poterebbe mai violare le leggi di un Paese in cui è ospite e nella grandissima maggioranza dei Paesi ad altissima fertilità e mortalità l’aborto è illegale.

Il tema è il diritto della donna ad accedere alla medicina sessuale e riproduttiva e non la «prevenzione delle nascite», neologismo del suo collega Ognibene. La riduzione del tasso di fertilità nei Paesi a risorse limitate tramite l’aumento della prevalenza contraccettiva volontaria è una delle chiavi per disinnescare la bomba demografica. Il tema è urgente. Nel 2017 l’Unione Africana ha dedicato la sua priorità di lavoro aldividendo demografico.In pratica significa che per quanto un Paese aumenti il suo Pil, non migliorerà mai la qualità di vita dei suoi cittadini finché essi crescono più velocemente del Pil, al netto di ogni politica di ridistribuzione della ricchezza. Questo punto politico deve essere inserito in tutte le occasioni in cui l’Africa sarà posta al centro della nuova stagione della globalizzazione anche per le ripercussioni della bomba demografica sul cambiamento climatico.Gentile direttore, e gentili Giovanati e Ognibene, non siamo più solo i Radicali di una volta, ora ci riuniamo in ‘ Più Europa’, un partito che contiene una componente cattolica strutturata, rappresentata dal Centro Democratico di Bruno Tabacci. Ciò aumenta grandemente la quantità di menti a favore di una sintesi politica sui temi etici che dobbiamo saper fare. Anche di questo parleremo al congresso nazionale di ‘Più Europa’ a Milano (da oggi a domenica). ‘Avvenire’, di cui sono avido lettore riguardo a solidarietà e politica estera, è invitatissimo.

Michele Usuelli, pediatra

Consigliere Regionale Lombardia +Europa con Emma Bonino

 

Gentile dottor Usuelli, da «avido lettore» di ‘Avvenire’ qual è conosce certamente lo sguardo che da queste pagine si propone ai lettori sull’uomo e sul mondo. È uno sguardo che ha come paradigma gli ultimi della terra. E le donne africane nella loro maggioranza lo sono per più di un motivo: per la povertà endemica di troppi Paesi del continente, per la condizione subalterna nella quale sono tenute da culture ancestrali spesso intrecciate a malintese pratiche religiose, per la precarietà assoluta delle condizioni di vita e di salute delle quali la maternità è una componente essenziale e particolarmente vulnerabile, per l’emarginazione cui molti popoli sembrano condannati. Sono con lei, dunque, nell’impegno per far crescere la sensibilità dell’opinione pubblica su una situazione di umiliante povertà esistenziale che impedisce a milioni di donne di esprimere la loro ricchezza insostituibile diventando quella risorsa che altrove è sempre determinante per far crescere la comunità umana. Ed è proprio qui che vedo divergere il suo sguardo dal mio, dal nostro. Non si può parlare di piena integrazione della donna nella società, e neppure di vera emancipazione, se la risposta alla sua attesa di affermazione si risolve nella somministrazione di contraccettivi o l’installazione di dispositivi per evitare concepimenti, come se la maternità che costituisce la natura femminile nel più profondo fosse una malattia da estirpare, e i figli del suo grembo un problema che va prevenuto. È proprio la familiarità con l’informazione sui popoli dell’Africa – una delle caratteristiche genetiche di questo giornale – a imporci di ascoltare la voce del continente. Ed è una voce che chiede sviluppo, educazione, sostegno fraterno, interesse rispettoso, e non una pioggia di pillole, spirali e preservativi, come se la crescita dei popoli africani si risolvesse nel far scendere il tasso di incremento demografico sotto una certa soglia. La stessa idea che secondo le tabelle elaborate – certo con le migliori intenzioni – negli uffici di qualche organismo internazionale si abbia il diritto di mettere al mondo un massimo di 4 figli pare un affronto alla più elementare umanità, un approccio alla povertà che ignora le lezioni della storia. La Cina sta facendo i conti con gli esiti abnormi della politica del ‘figlio unico’, applicata con cupa tenacia e che ha portato non solo sul ciglio di un collasso demografico dato ormai per certo dalle stesse autorità ma anche alla tragica selezione per sesso di chi aveva diritto di nascere e chi invece no. E sono sempre le femmine a finire nella lista degli scarti. Ricorderà di sicuro che Pechino si decise a imporre un limite di nascite per ogni donna alla luce di calcoli demografici apocalittici che però sottovalutavano il ‘fattore umano’: la progressiva crescita dell’economia e del tenore di vita dei cinesi ha smentito le previsioni catastrofiche, confermando su un gigantesco modello reale che è lo sviluppo integrale dell’uomo a modificare gli assetti demografici di un Paese e non l’imposizione di comportamenti riproduttivi dal sapore autoritario (e nel caso dell’Africa persino neocolonialista). Controllare, dirigere, programmare: è l’approccio opposto a quello che l’ascolto delle periferie umane ci suggerisce, un interventismo paternalista che riduce alcuni diritti umani basilari (come quello di generare figli) per i popoli al di sopra di una certa soglia numerica nel nome di calcoli e proiezioni più che discutibili, ed elaborati senza di loro. Non è forse vero che proprio l’affacciarsi all’area dello sviluppo di sempre nuovi Paesi ha rallentato la progressione di crescita della popolazione mondiale obbligando più volte a ricalcolarla e rendendo comunque sempre da verificare le nuove stime? La risposta alla povertà e al sottosviluppo non è la riduzione delle ‘bocche da sfamare’, ma la crescita progressiva e solida della società e dell’economia locali. E che un’istituzione pubblica come la Regione Lombardia pensi di risolvere l’arretratezza finanziando con i soldi di tutti i contribuenti la diffusione di contraccettivi – che sono ovviamente meglio dell’aborto, ma in alcuni casi hanno anche un potenziale abortivo – anziché sostenere progetti per il lavoro femminile, la sicurezza del parto, l’assistenza post-natale, l’educazione sanitaria di base, è un grossolano errore basato su una visione riduzionista e miope della persona e della società. Che poi a farlo sia la Regione guidata da un presidente espresso dallo stesso partito dal quale proviene un ministro della Famiglia dichiaratamente contrario a questo genere di politiche è uno dei tanti paradossi dell’attuale fase politica, un caos culturale e antropologico cui non sono solo i cattolici a guardare con preoccupazione. Una nebbia dentro la quale è possibile credere che il neologismo sia la «prevenzione delle nascite» – ciò cui oggettivamente mira il milione di euro lombardi – e non invece quell’invenzione delle burocrazie sovranazionali che va sotto il nome di «medicina sessuale e riproduttiva », come se si trattasse di far guarire una parte malata dell’umanità dal pericoloso virus di far nascere bambini. C’è in quel milione di euro il simbolo di un’incomprensione profonda, di una sordità ostinata rispetto alla domanda di speranza e di futuro che parla in quei figli d’Africa e che si affaccia alla nostra porta, voce che disturba l’Occidente al punto da ricacciarla indietro e far pensare che è meglio che neppure nascano. I ‘Radicali italiani’ – è questo il nome del movimento guidato da Emma Bonino che si è scisso (ma non del tutto) dal ‘vecchio’ Partito Radicale – non saranno più quelli «di una volta», e dalle sventure di stampo malthusiano prospettate per l’umanità dal Club di Roma sono passati cinquant’anni. Da non poche delle sue parole, tuttavia, non si direbbe. Anche se sono sicuro che lei non è uno «sterilizzatore». Auguri, anche a none del direttore, per la sua riflessione e per l’evoluzione del suo impegno nel senso di una difesa piena della giustizia, della dignità e dell’autentica e responsabile libertà umana.

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caporedattore, coordinatore di “è vita”

FRANCESCO

OGNIBENE

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Cooperatori 3D a Conegliano

Domenica 13 gennaio, noi aspiranti del Nord-Est, accompagnati dai cooperatori e dai delegati, abbiamo partecipato alla giornata di formazione “Beati nell’evangelizzazione e nella testimonianza”.

Abbiamo iniziato subito con la messa, in cui don Jean si è soffermato sulla figura di Giovanni Battista che non concentra l’attenzione su di sé, ma indica Gesù e con pazienza gli prepara il terreno in cui seminare la Buona Novella, donando speranza ai cuori e attendendo il tempo opportuno, senza affrettarsi subito a dare risposte e fare qualcosa di importante. Continua la lettura di “Cooperatori 3D a Conegliano”

Torreglia 2018

Pace, confronto con la Parola, mattoni su cui fondare la costruzione della nostra casa.

Gli esercizi spirituali di Torreglia quest’anno sono stati momento di scoperta e di incontro. Scoperta delle case di alcuni personaggi del Vangelo (Maria e Giuseppe, Marta e Maria, Giairo, Pietro, Zaccaria ed Elisabetta) e del loro incontro con Dio, riscoperta del silenzio e della condivisione fra di noi. Incontro con il Signore nel silenzio, nella preghiera e nell’Eucaristia incontro fra di noi nei momenti conviviali. Continua la lettura di “Torreglia 2018”

Sorpresi da Dio fecondo di vita (Cesuna 2018)

Una delegazione di Salesiani Cooperatori del Centro Locale di Schio ha partecipato a fine Agosto ad una originale 3 Giorni di Esercizi Spirituali a Cesuna, sul nostro Altopiano di Asiago. Con mio marito Fabio attendavamo trepidanti questi giorni di Ascolto / Preghiera, per ricaricare le pile,alla luce inoltre del fatto, che questi Esercizi sono stati”al Femminile”, cioè le Relatrici erano tutte Teologhe, laiche o consacrate; certo una sfida, un’apertura attesa al mondo femminile che studia, si documenta, interiorizza, Crede e diviene Alto portavoce del Sacro, del Divino. Continua la lettura di “Sorpresi da Dio fecondo di vita (Cesuna 2018)”

Pronti per l’estate!

Buongiorno a tutti!
Pronti per l’estate? Come sapete per dedicare tempo di qualità al Signore abbiamo preparato per voi gli esercizi spirituali di Auronzo (maggiori info qui ) e Torreglia (vedi qui).
Se volete direttamente scaricare il modulo per iscrivervi ad Auronzo, cliccate qui.

Terzo Meeting!

#soloperamore ci siamo incontrati dal 28 aprile al 1 maggio scorsi a Falerna Marina per il 3° meeting regionale dell’associazione.
Abbiamo incontrato
1. lo Spirito Santo e la sua azione nei momenti di preghiera insieme e nella relazione di don Giuseppe Bucellato sul tema “discernere e agire nello Spirito”,
2. Marco Rodari, clown nelle zone di guerra
3. Giuliana e Davide Cardogna, salesiani cooperatori di Ancona che hanno accolto nella loro casa una migrante minore non accompagnata e il suo bimbo
4. Il venerabile Francesco Convertini (“fare con amore le cose, anche quelle piccole”) e San Francesco da Paola (“A chi ama Dio tutto è possibile”)
5. Alcuni nostri confratelli cooperatori del Medio Oriente (Siria e Libano) e dell’Albania
E, soprattutto ci siamo incontrati e abbiamo condiviso le motivazioni che ci spingono ad agire nella vita di tutti i giorni, che ci spingono ad essere salesiani cooperatori, testimoni del Risorto.
Grazie a chi era presente, a chi ha organizzato tutto, a chi ha documentato tutto, a chi ci ha fatti ridere e a chi ci ha fatti riflettere. Grazie di essere Famiglia Salesiana.

La Festa del Cooperatore a Trento

Benvenuti a Trento!

L’8 aprile questo era uno dei vari cartelli che aspettavano i cooperatori della provincia Nordest pronti alla loro riunione annuale.  Circa 200 persone si sono ritrovate all’ istituto salesiano Maria Ausiliatrice di Trento per una giornata di formazione e di famiglia e sono state accolte da cooperatori salesiani e salesiani sorridenti, accompagnati da una tazza di caffè e molte torte.

Dopo scambi di saluti e abbracci fra chi non si vedeva da un po’ di tempo, ci siamo riuniti in teatro per esaminare il tema della giornata: “Da mihi animas, coetera tolle” Questo è il motto della famiglia salesiana e Piermario Riva ha spiegato ai presenti come Attilio Giordani lo ha messo concretamente in pratica nella sua vita. Attilio è stato oratoriano dai nove anni in poi, presso l’oratorio salesiano di Sant’Agostino a Milano. E’ stato soldato nel corso della seconda guerra mondiale, marito e padre, dipendente della Pirelli. E’ stato uomo di preghiera e punto di riferimento per i suoi ragazzi di catechesi e per tutte le persone che incontrava e ha costruito la sua santità nel quotidiano, con la Messa quotidiana seguita dalla meditazione al mattino, una giornata di lavoro impegnato, il saluto al Santissimo e l’oratorio al pomeriggio, la vita in famiglia,… Sentir parlare uno dei suoi ragazzi è stato momento di ricchezza che ha fatto toccare con mano la possibilità di essere davvero santi partendo dalla vita di ogni giorno. Un’interessante approfondimento è stata la mostra su Attilio che era stata preparata dal centro di San Donà e che abbiamo potuto vedere nei tempi liberi.

Dopo una breve pausa (in questi incontri le pause sono ricchezza di incontro fra persone),  abbiamo celebrato la Messa. Al suo interno abbiamo avuto la grande gioia di avere la promessa come Salesiano Cooperatore di Francesco Doneddu. E’ festa grande poter accogliere un nuovo confratello come parte della famiglia salesiana e da festa grande è stato il pranzo condiviso insieme sotto il tendone preparato nel cortile della casa salesiana e preparato da cooperatori, aspiranti, simpatizzanti e amici del centro di Trento. Come da tradizione il pranzo si è concluso con una lotteria a premi.

Dopo pranzo abbiamo fatto una passeggiata nel centro di Trento e concluso la giornata insieme con una preghiera in Duomo. Poi con vari ritmi e a varie velocità ognuno è tornato alla propria casa.

Grazie ai cooperatori del centro di Trento e a tutti quelli che hanno collaborato per la riuscita di questa fantastica festa. E’ stata una grande gioia sentirsi accolti. Grazie ad ognuno dei partecipanti che ha portato e condiviso la sua ricchezza. Grazie a Piermario che ci ha fatto conoscere meglio Attilio Giordani. Ci rivedremo tutti il prossimo anno!

Se volete più foto, guardate qui!

Festa del Cooperatore a Trento

Tutti pronti per la Festa del Cooperatore?

Quest’anno ci troveremo domenica 8 aprile a Trento per la festa del cooperatore, un momento di formazione, di condivisione, di allegria insieme! Iscrivetevi entro il 24.03 a coop@salesianinordest.it